Intervista al Cardinale Bagnasco – Don Angelo, Agesci e le verità profonde dell’Uomo

A cura di Marco Scarfò e Francesco Bavassano

 

Il Cardinale ci accoglie sereno, di ritorno da uno dei suoi giri per i vicoli, nel cortile silenzioso dell’Episcopio, a pochi metri dal brulichio delle vie del centro di Genova.

Con noi di SIL c’è la Responsabile regionale Anna Risso, per i saluti da parte di Agesci Liguria. L’Arcivescovo uscente di Genova, visto da vicino, torna per alcune ore il bambino che giocava tra le macerie della guerra in piazza Sarzano, il Don Angelo giovane assistente ecclesiastico scout nei tumultuosi anni ’70, il pastore con uno sguardo profondo sulle vicende umane, il genovese che ama visceralmente la sua città. Un’ampia chiacchierata nella quale il Cardinale ci consegna in pochi tratti il compimento della sua esperienza pastorale, anche in relazione al passato e al futuro di Agesci.

Come si sente nel lasciare la guida pastorale della Diocesi?

Gli anni scorrono velocemente nella vita e questo è giusto e normale, ma è anche bello che la vita terrena passi, perché tutto quello che noi viviamo, per la sua bellezza e per la sua drammaticità, è sempre incompiuto, e quindi procedere verso il tratto finale della vita terrena significa procedere verso il compimento. C’è soprattutto la prospettiva di Dio che raccoglie tutto il bene di una vita, purifica il male e compie il bene, perché senza il grande Bene non esistono neppure i piccoli beni terreni. Questo porta alla pienezza l’amore, la vita degli affetti, il bene nel lavoro, nella società, nelle relazioni. Poi, quando uno nella vita non cerca nulla, un sacerdote o un vescovo in particolare, e non manovra nulla per arrivarci, questo dona maggiore libertà rispetto alle cose che vengono incontro, sia nell’accoglierle sia nel lasciarle, perché non ti sei affannato come fosse la tua finalità. Tuttavia, questa maggiore libertà di prendere e di lasciare non rende indifferenti e insensibili. Sono molto sereno e grato a Dio di quello che mi ha dato di vivere: non ho cercato di raggiungere nulla, ma allo stesso tempo non sono indifferente a niente: la libertà di ciascuno nella fede non viene negata, semmai elevata.

Invece, guardando un po’ di più alle sue esperienze con lo scautismo, quali sono i suoi ricordi?

Lo scautismo è stata una delle diverse scuole di vita che il Signore mi ha dato, perché la vita è un crescere, se uno non si rinchiude ma vive cercando di essere aperto. Lo scautismo all’inizio mi faceva un po’ di paura: nella mia parrocchia di Sarzano non c’era, gli scout erano nella vicina Carignano, da noi c’era l’Azione Cattolica, la piazza, tutto ruotava intorno alla chiesetta di Sant’Antonio Abate. Lo scautismo mi faceva timore perché avevo sentito delle storie di bambini lasciati in mezzo ai boschi da soli, di notte, le prove terribili; ero un giovane prete, avevo 26 anni e sono entrato come Vecchio Lupo con i Lupetti che non conoscevo per niente. Per un inverno sono stato con loro e ho cercato di capire questo mondo, il gergo, la metodologia che mi era estranea e sono molto riconoscente ai due capi – Akela e Wontolla – che mi hanno pazientemente aiutato a comprendere e a inserirmi. Un’esperienza simpatica e molto istruttiva per me è stata il primo campo estivo, al quale per una settimana mi sono sentito totalmente estraneo, nel senso che si celebrava la S. Messa tutti i giorni e venivano, ma per il resto i lupetti non mi consideravano. Alla fine però ci fu un momento di verifica, il Consiglio della Rupe, e in quel caso mi accorsi che tra i bambini più di uno diceva “ringrazio anche Baloo, è stato tanto con noi, ha lavato le gavette con noi”: allora ho capito che mi osservavano, mi misuravano, questi bambini guardavano il loro sacerdote come uno dei capi, con un occhio non indifferente ma di interesse positivo. Poi, le varie Branche hanno una loro metodologia propria e mi ha fatto molto bene stare in questo contesto. Un criterio generale è che bisogna starci con i bambini, anche con i capi ovviamente per preparare, e poi coi lupetti, gli esploratori, le guide, i rover e le scolte. Il momento privilegiato è ovviamente il campo estivo perché lì sei tutti i giorni a contatto con loro ed è un momento magico, con la fatica che ti richiede, per entrare in relazione più profonda e più vera.

Don Angelo con i Lupetti del Branco Seonee del Genova 10

A maggior ragione per un Assistente Ecclesiastico (AE), che ha un ruolo particolare.

Sì, bisogna starci, non basta essere disponibili, bisogna esserci anche quando nessuno ti cerca e quando ti chiedi “che cosa vado a fare”. Non è bella questa impressione, soprattutto i capi devono cercare di non darla. Però, anche con questa impressione, vera o presunta che sia, tu sacerdote e assistente devi esserci. È una legge umana molto semplice, se non ci sei non hai occasione di relazione, di reciproca conoscenza. “Ma io sono disponibile se mi vengono a cercare” uno potrebbe dire; no, è sbagliato, bisogna esserci e questa è stata una cosa molto importante.

Come ricorda il rapporto con i Capi?

Ricordo con grande piacere, tra molti, due figure, che porto ad esempio. Una capo guida, Paola, che mi ha insegnato molto, precisa e rigorosa nell’organizzazione; in quella Direzione eravamo solo in due e lei mi trasmetteva una grande solidità e chiarezza. L’altra figura è un capo reparto, Lauro, poi capo clan, che era più grande di me di un anno ed è stato straordinario. Soprattutto quando non c’ero, coi ragazzi valorizzava la figura dell’assistente magari nei campi estivi e nelle Route: “ricordatevi che c’è don Angelo con noi, approfittatene per la confessione, la messa, per parlare un po’ se avete delle difficoltà o delle cose da chiedere”. Non era invidioso dell’assistente, anzi, e io facevo lo stesso con lui. È fondamentale: se un capo fa questo, l’assistente è aiutato moltissimo e qui è in gioco il bene dei ragazzi, non c’è da fare concorrenza. A queste due figure sono veramente grato.

Ho vissuto tanti anni da Assistente Ecclesiastico, partecipato a campi estivi e tantissime Route. Anni anche di grande fermento sociale e politico: nell’Associazione convivevano varie idee di mondo, che si dibattevano in modo franco cercando di avere sempre come orizzonte l’educazione dei ragazzi.

In questi accenni al suo vissuto, sembra di rileggere l’articolo della rivista Servire (1-2020, pagina 9) sull’unione di AGI e ASCI del 1974 e il ruolo dell’AE.

Certamente ricordo l’unione delle due associazioni, maschile e femminile; la questione che era un po’ da limare era la novità della coeducazione: nel fare attività in comune con le unità inizialmente separate bisognava un po’ capire come fare, anche per i Capi.

Riprendendo l’articolo, con Agesci si unirono due tradizioni, volendo semplificare molto: quella del Capo forte e trascinatore e quella della Capo improntata alla relazione e all’empatia.

Infatti, pensando ai due esempi di prima, in genere il capo era più trascinatore e talvolta duro, anche se non escludeva l’approccio più affettivo, mentre la capo aveva un approccio differente, ad esempio curava di più la comunità, la relazione e l’ascolto nel piccolo gruppo, come l’alta squadriglia. La diarchia è un grande valore specifico di Agesci. Non bisogna né mascolinizzare né femminilizzare troppo, è invece bello avere questa visione integrale. Questo differente approccio poi è simile a quello della figura materna e paterna nella famiglia, che viene replicata all’interno del gruppo.

Abbiamo parlato del suo percorso in Agesci, e oggi? Quali priorità individua per l’associazione?

Si potrebbero riassumere forse in tre concetti.

Il primo: non aver paura di chiedere molto ai ragazzi, penso alle Route che da un certo punto di vista sono le più dure. La cultura di oggi è appiattita e troppo comoda e questo non fa bene alla formazione di un uomo e di una donna, non solo perché non tempra, ma anche perché non soddisfa. Non illudiamoci quindi che facilitare significhi guadagnare qualcosa per i ragazzi; nella mia esperienza no, perché magari borbottano e ti mandano al diavolo: “manca qui, manca là, ci siamo persi nella nebbia, non capite niente, non c’è l’acqua da bere”. Poi trovi la cisterna militare e bevi quell’acqua e speri che non succeda niente, cose simili tutti le conosciamo (sorride). Dopo la fatica resta il segno di essere andati in cima, di aver fatto quella cosa che sembrava impossibile. Non tanto per il gusto della maschiata ma per il valore educativo che c’è dentro alla fatica e anche all’affidarsi al Capo. Molte cose vanno spiegate, ma non tutte: c’è anche un modo per affrontare le cose che è l’affidamento. Questo, secondo me, oggi è molto decaduto e non è bene anche per un motivo pedagogico: non puoi trattare i bambini da adulti, non possiamo pretendere che capiscano tutto e subito. Questo anche nella Chiesa e nella liturgia.

Ci si chiede spesso infatti in che modo avvicinare i nostri bambini e ragazzi alla proposta di fede.

È una riduzione antropologica ritenere che solo la ragione sia il modo della conoscenza: c’è la bellezza, il sentimento, la corporeità, l’intuizione. I bambini hanno il senso di Dio molto più acuto di quello dell’adulto. Per cui lo snaturare una Messa o una Veglia per renderla ad un’ipotetica misura di bambino, secondo me è rischioso: siamo troppo razionalisti su certe cose. Il teologo Romano Guardini, parlando dell’infanzia, dice una cosa molto bella: i bambini hanno un intuito che poi si perde con la crescita e subentra la forza della ragione. I piccoli sono molto più avanti nell’intuizione di Dio, della bellezza, della vita.

Il secondo concetto invece?

Il secondo è un aspetto in apparente contraddizione con quanto appena detto. Il ruolo del gioco nel metodo, lo sappiamo, è fondamentale, però non tutto può essere veicolato con esso e mi riferisco in modo particolare, ma non solo, alla formazione religiosa. Si dice “Facciamo questo gioco con uno sfondo religioso che deve veicolare contenuti evangelici”, ma non deve rimanere tutto sul piano di pura sensazione e quindi di vaghezza. Quindi è vera l’importanza del gioco come veicolo di qualunque cosa, ma non deve mai offuscare o negare una proposta più diretta, in qualche modo più articolata e sistematica. Mi raccontava un prete nei giorni scorsi che gli è stato detto da un papà “sai il mio bambino fa catechismo, si sta preparando alla prima Comunione, e la sera viene nel lettone per dire le preghiere e ci corregge se sbagliamo qualcosa”. Cosa possiamo dire? Che è solo un bambino che ripete a pappagallo una preghiera? È una lettura distorta e pessimista. Capisco che si voglia lottare alla meccanicità della preghiera, però un bambino è un bambino e a volte può essere più utile utilizzare forme già pronte che portano l’eco della fede delle generazioni che ci hanno preceduto e che – a volte – hanno dato la vita. Gesù d’altra parte non è un concetto vago ma è Parola e azione. L’intuizione del bambino, molto più grande della nostra, non è a rischio.

 

Infine il terzo punto di attenzione.

Il terzo è la Chiesa, riprendendo le parole di Papa Francesco all’Udienza del 2015, è vero che i gruppi scout non sono parrocchiali come struttura, ma è altrettanto vero, per esperienza personale, che se ci sei in mezzo loro si affezionano alla tua parrocchia è questo fa bene alla parrocchia e all’Agesci, altrimenti la Chiesa resta lontana. Invece, corrispondendo alla pedagogia dell’incarnazione, la chiesa deve essere vissuta: volti e luoghi, ci vuole affezione. Ho sempre incoraggiato la pastorale giovanile di Vicariato (specie se siamo in pochi), ma ho sempre insistito perché i campanili venissero vissuti, fossero aperti. Cancellare un campanile vuol dire cancellare un luogo concreto dove la mia umanità si attacca, si affeziona. Posso girare il mondo ma se non ho un campanile, e non ho un posto che chiamo Casa (anche in famiglia), divento un vagabondo, non un cittadino del mondo. Quello è uno slogan, attenzione. Senza casa, senza patria, senza chiesa… abbiamo bisogno della corporeità e dell’umanità, ecco l’importanza della parrocchia, che però rimanda all’assistente: più l’AE è presente, più ci si cerca a vicenda, più cresce l’affetto per la parrocchia.

Ha accennato ai “cittadini del mondo” e ci viene subito in mente l’attualità dell’essere capi oggi. Dalle opportunità di studio e lavoro che portano “fuori”, alla precarietà di fondo, al desiderio di realizzarsi spinto da una società che guarda all’individuo.

Riprendendo ciò che dice il Concilio Vaticano II – l’uomo si realizza solamente quando si fa dono – incontriamo la chiave strettamente antropologica. Ma questa visione così espressa affonda le sue radici in Gesù, figlio di Dio che si è fatto uomo e si è donato per noi. Lui è la fonte e il culmine dell’umanesimo. Questa categoria, per cui io sono me stesso solamente nel momento in cui esco da me e mi faccio dono in qualunque forma (ad esempio il Servizio), è il cuore dell’educazione, sia umana/antropologica sia religiosa e cristiana. Se si entrasse dentro a questo modo di pensarsi e di pensare, saremmo più protetti da una mentalità diffusa che è individualista e tesa al “successo”.

Il Cardinale alla Route Nazionale R/S del 2014

Si parla oggi di “Fear of Missing Out”, della paura di perdersi qualcosa tra le opportunità della vita, contrapposta ad impegni personali più stabili.

Tutto può cambiare nel mondo, la storia ce lo dice, può cambiare il sistema di vita, di lavoro, ma una cosa non cambierà mai: l’uomo. Dio l’ha creato come una grande domanda: sé stesso, e questo non cambierà mai. Questo ci impedisce qualunque scoraggiamento, qualunque sfiducia e ci stimola non sbagliare l’obiettivo, a non credere che nell’inseguire l’uomo moderno in certe strade possiamo vincere la sfida del cambiamento. Dobbiamo andare diritti al cuore dell’uomo, al mondo interiore che è una grande domanda. Questo vale, in modo particolare oggi, per il mondo occidentale (si parla di progresso, immortalità). La domanda radicale dell’uomo moderno, preso da mille problemi (giustizia, pace, fame nel mondo, società vivibili, il cammino dell’unione europea), è: “che cosa sarà di me?”. L’uomo è enigma a se stesso e questo emerge tanto più di fronte alla morte, convitato di pietra che la nostra cultura vuole eliminare salvo poi farne motivo di saga, tanto da non saper più distinguere la realtà dalla finzione: tutto sembra un gioco, ma così non è. L’uomo occidentale porta in sé questa domanda che deve essere risvegliata. È questo un grande compito, anche per Agesci.

Scendendo più nel pratico c’è poi, per i Capi Agesci, il rischio di una stanchezza che logora e non porta gioia, ciò può dipendere anche dalle tante e lunghe riunioni: forse un approccio un poco più contemplativo che riscopra l’ascolto, l’essenzialità e, perché no, la bellezza dell’Adorazione, potrebbe giovare.

Ritratto del Cardinale

Il Cardinale ci saluta guidandoci a conoscere l’Episcopio: ci mostra il suo ufficio, le stanze cariche di storia e di fede popolate dalle immagini dei Vescovi che lo hanno preceduto, il ritratto artistico a lui tanto caro perché coglie insieme il suo spirito e quello di Genova. L’incontro si conclude con un’Ave Maria in Cappella, insieme. Grazie Don Angelo, buona Strada!

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